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CANOVA
NELL’ALA PALLADIANA

Dal Classico al Neoclassico. Canova nell’Ala Palladiana
Venezia, Gallerie dell’Accademia

 

Le Sale Canoviane nelle Nuove Gallerie
Roberta Battaglia, Gallerie dell’Accademia

 

Le nuove sale del museo, ospitate nella prestigiosa ala del monastero dei canonici lateranensi, ricostruita su disegno di Andrea Palladio tra il 1561 e il 1563, ospitano parte della preziosa collezione di modelli originali e di calchi in gesso canoviani in gran parte inviati all’istituto accademico veneziano dallo studio romano dell’artista.

 

Con la cessazione della funzione didattica attribuita alle Gallerie, a seguito della separazione di quest’ultime dall’Accademia di Belle Arti nel 1882, e con il maggior spazio riservato alla pittura nel nuovo ordinamento delle collezioni, i gessi canoviani (già declassati a materiali minori perché ritenuti privi di originalità) vennero confinati sempre più nelle retrovie del museo tanto da essere ridotti, nell’ultimo allestimento museale, a tre soli bozzetti originali in terracotta, esposti in una vetrina nella Sala XVIII.

 

Grazie all’incremento degli studi canoviani degli ultimi decenni e al conseguente ripensamento critico circa il ruolo occupato dai gessi nel processo creativo dello scultore, quale strumento essenziale di divulgazione delle proprie opere, si rende oggi irrinunciabile la valorizzazione di questi materiali, alla cui salvaguardia la Soprintendenza veneziana si è dedicata fin dal 1992.
Negli spazi dell’ala palladiana, oggetto del nuovo allestimento, i gessi canoviani sono ora distribuiti tra il corridoio, che si affaccia sul cortile, e il famoso tablino, una delle parti più apprezzate della canonica palladiana.

 

Il corridoio dell’edificio palladiano è stato allestito con una lunga e ritmata sequenza di rilievi narrativi: accanto ai gessi delle quattro steli funerarie – esemplificative di un genere divenuto canonico, proprio grazie allo scultore veneto, per tutta la prima metà dell’Ottocento – rivestono particolare importanza le sei metope in gesso, ultima creazione artistica di Canova, che le fece inviare nel 1822 a Venezia per farle tradurre in pietra a scultori legati all’Accademia di Belle Arti e destinarle alla trabeazione del Tempio canoviano di Possagno. Il recente restauro ha esaltato le forme di purificata bellezza entro cui prendono vita le storie sacre, memori sia della pittura dei “primitivi”, specie dei maestri del Quattrocento italiano, che delle invenzioni lineari dei neoclassici inglesi (Flaxman, Füssli, Blake). In questa sequenza di opere bidimensionali emergono i grandi gessi tridimensionali dei due leoni per il monumento di papa Rezzonico in San Pietro, testimonianza delle straordinarie capacità dello scultore nella resa di effetti naturalistici. Per rievocare la posizione che i leoni in marmo realmente occupano nel monumento romano, si è scelto di issarli su alti basamenti e di porli a inquadrare la porta che dà accesso a un piccolo ambiente quadrato. Qui sono riuniti – con un salto di scala di grande effetto – i bozzetti di Canova: dal giovanile gesso con i Lottatori, prova per il concorso del 1771 della Tribuna degli Uffizi, esemplato sul gesso Farsetti di analogo tema, all’Apollino donato al momento dell`elezione ad accademico, ai due modelli del cenotafio di Tiziano ai Frari. Come fulcro prospettico è stato posto in fondo al corridoio, in posizione isolata, lo spettacolare gruppo della Pietà in gesso, tratto dal modello ora conservato a Possagno.

 

Il tablino, una delle parti più apprezzate della fabbrica palladiana, è stato destinato ad accogliere solo opere scultoree canoviane potentemente esaltate dalla forma maestosa e inconsueta di tale spazio: alla forza espressiva del calco in gesso del pugilatore Creugante, inviato da Canova stesso in laguna nel 1802 con l’intenzione di far conoscere la sua ultima e strepitosa invenzione di “forte carattere”, fa da contrappunto l’aulico ritratto della madre di Napoleone, Madama Letizia, che tradisce – nella posa del braccio che scivola appena dallo schienale così come nel volto invecchiato – un’imprevista attenzione al dato contingente e naturale pur celata dall’austera compostezza imposta dai canoni della ritrattistica ufficiale.

 

In dialogo con le opere di Canova, in una delle salette retrostanti il corridoio sono esposti alcuni capolavori pittorici del veneziano Francesco Hayez che, nell’ambizioso progetto del presidente dell’Accademia veneziana Leopoldo Cicognara, avrebbe dovuto assurgere a massimo interprete della tradizione veneta ed europea al pari di Antonio Canova. Dalle opere giovanili di Francesco Hayez quali il Solone e l’Aristide (1811 circa), che sono tra i primi saggi eseguiti dal maestro durante gli anni del pensionato accademico a Roma, caratterizzati dall’impressione ancora viva esercitata dal Raffaello delle Stanze Vaticane, si passa al Rinaldo e Armida (1812-13), inviato da Roma a Venezia nel luglio del 1813 per essere collocato nelle sale dell’Accademia, di certo uno dei più alti raggiungimenti dell’esperienza neoclassica dell’artista. Esposto anche il grande dipinto di Hayez con la Distruzione del tempio di Gerusalemme, inviato in dono all’Accademia veneziana per volere dell’artista nel 1868, e da sempre considerato una sorta di testamento spirituale. Si è pensato di dare a questo dipinto, dove il racconto storico prende forma in una scena di grande drammaticità in cui si agitano più di duecento figure, una collocazione isolata, sulla parete tra le finestre, per conferire maggiore risonanza all’urlo straziato contro l’oppressione dei popoli che sembra da esso scaturire. Nella stessa sala sono stati esposti anche alcuni saggi pittorici di Giovanni Demin e Vincenzo Giacomelli sul tema della figura eroica a ricordare quanto lo studio del nudo avesse acquistato un’esemplarità accademica.

 

Il piccolo vestibolo quadrato, che precede il Tablino, oltre ad accogliere il bassorilievo con la Liberazione dell’Ossesso, felice esercitazione giovanile di Luigi Borro sul tema del rilievo rinascimentale, è popolato da busti in marmo raffiguranti i principali esponenti della gloriosa scuola pittorica veneziana – da Bellini a Tiziano a Sebastiano del Piombo – scolpiti da artisti accademici per celebrare le glorie del passato ed in particolare della cultura storica locale, secondo un’iniziativa analoga a quella avviata a Roma da Canova all’inizio dell’Ottocento.

 

Il progetto è promosso da Venice International Foundation e Friends of Venice Italy, in collaborazione con The Venice in Peril Fund.

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