La vocazione di Ca'
Rezzonico anche nell'ambito di quelle che impropriamente
vengono definite arti minori o applicate è sempre
risultata evidente e ne ha da sempre caratterizzato natura e
immagine alte e qualificanti. Per altro, l'attenzione e la
versatilità di coloro che di Ca' Rezzonico furono gli
inventori e i demiurghi - cioè Nino Barbantini e
Giulio Lorenzetti - rimane ben documentata in cataloghi,
saggi, memorie ma, soprattutto, nella sedimentazione
collezionistica che contribuisce a creare quel museo tanto
articolato e affascinante che tutti conoscono.
Giunsero, nel corso degli anni, a ribadire e a testimoniare di una tale e forse non comune attitudine, mostre che lasciarono il segno, che posero sotto gli occhi di tutti l'eccellenza di quel cantiere diffuso che mescolava inventiva e produttività, leggi di mercato e protezionismo, mestiere e genio nel corpo stesso della città settecentesca, di quella Venezia, cioè, che si poteva tutta ritrovare nelle grandezze eroiche e teatrali di Giambattista Tiepolo non meno che nei decori dei cuoridoro o nell'alchimia popolare dei fabbricanti di specchi, nelle cineserie degli stuccatori e nelle colte fatiche degli stampatori.
Porcellana e ceramica, lacca e tessili, mobili e vetro s'accompagnano ai dipinti e alle statue, ai marmi e agli affreschi, agli ebani e ai bronzi.
Nelle collezioni del Museo del Settecento veneziano la precisa sensazione che non esista soluzione di continuità tra generi e materie, tra linguaggi e forme è non ultima delle ragioni cui s'affida il fascino tanto intenso che si diffonde nelle sale e nell'alcova, negli ammezzati e nei boudoirs, tra le tappezzerie e gli intagli di un palazzo che è, insieme, una casa e un universo, un codice e un poema.
Ritornare alle porcellane - come si fa, appunto, in questa mostra - è, ad un tempo, ritrovare le radici e rivisitare un mondo, compiere un suggestivo percorso à rebours e un rimettere sotto i riflettori del pubblico, degli amatori e della pubblica opinione le seduzioni sottili ed enigmatiche di quell'oro bianco che ebbe la forza e la malia di soggiogare intelletti e passioni, disperdere fortune e creare dei miti.
Fragilità come di vetro, durezza adamantina, lucentezza di specchio e purezza come di cristallo; eleganza e minuzia come di miniatura, fantasia di egloga, esotismo di lacca orientale: tutto questo si mescola e si fonde nelle minuscole tazzine, nelle capricciose teiere, nella malizia dei gruppi, nella grazia gentile di placchette e piastrelle, dei calamai e dei centri tavola: la fama e il mito di laboratori resi illustri e ricercati nell'Europa intera rivivono oggi nei saloni del palazzo dei Rezzonico a dialogare con gli affreschi e le tele di Tiepolo, di Canaletto, di Longhi e Rosalba, di Guardi e Crosato: la continuità inconsutile di quest'universo distende le pieghe della sua tela su una straordinaria gamma di esperienze e di testi, su un eccezionale serbatoio di immagini e figure a ribadire la compattezza di un universo di forme e di parole, quello dell'arte veneziana del Settecento, che forse mai ha conosciuto eguali per ricchezza e varietà, per qualità e versatilità di modelli e di risultati.
(tratto dal catalogo della mostra La porcellana di Venezia nel '700 edito da Marsilio Editori)
Giunsero, nel corso degli anni, a ribadire e a testimoniare di una tale e forse non comune attitudine, mostre che lasciarono il segno, che posero sotto gli occhi di tutti l'eccellenza di quel cantiere diffuso che mescolava inventiva e produttività, leggi di mercato e protezionismo, mestiere e genio nel corpo stesso della città settecentesca, di quella Venezia, cioè, che si poteva tutta ritrovare nelle grandezze eroiche e teatrali di Giambattista Tiepolo non meno che nei decori dei cuoridoro o nell'alchimia popolare dei fabbricanti di specchi, nelle cineserie degli stuccatori e nelle colte fatiche degli stampatori.
Porcellana e ceramica, lacca e tessili, mobili e vetro s'accompagnano ai dipinti e alle statue, ai marmi e agli affreschi, agli ebani e ai bronzi.
Nelle collezioni del Museo del Settecento veneziano la precisa sensazione che non esista soluzione di continuità tra generi e materie, tra linguaggi e forme è non ultima delle ragioni cui s'affida il fascino tanto intenso che si diffonde nelle sale e nell'alcova, negli ammezzati e nei boudoirs, tra le tappezzerie e gli intagli di un palazzo che è, insieme, una casa e un universo, un codice e un poema.
Ritornare alle porcellane - come si fa, appunto, in questa mostra - è, ad un tempo, ritrovare le radici e rivisitare un mondo, compiere un suggestivo percorso à rebours e un rimettere sotto i riflettori del pubblico, degli amatori e della pubblica opinione le seduzioni sottili ed enigmatiche di quell'oro bianco che ebbe la forza e la malia di soggiogare intelletti e passioni, disperdere fortune e creare dei miti.
Fragilità come di vetro, durezza adamantina, lucentezza di specchio e purezza come di cristallo; eleganza e minuzia come di miniatura, fantasia di egloga, esotismo di lacca orientale: tutto questo si mescola e si fonde nelle minuscole tazzine, nelle capricciose teiere, nella malizia dei gruppi, nella grazia gentile di placchette e piastrelle, dei calamai e dei centri tavola: la fama e il mito di laboratori resi illustri e ricercati nell'Europa intera rivivono oggi nei saloni del palazzo dei Rezzonico a dialogare con gli affreschi e le tele di Tiepolo, di Canaletto, di Longhi e Rosalba, di Guardi e Crosato: la continuità inconsutile di quest'universo distende le pieghe della sua tela su una straordinaria gamma di esperienze e di testi, su un eccezionale serbatoio di immagini e figure a ribadire la compattezza di un universo di forme e di parole, quello dell'arte veneziana del Settecento, che forse mai ha conosciuto eguali per ricchezza e varietà, per qualità e versatilità di modelli e di risultati.
(tratto dal catalogo della mostra La porcellana di Venezia nel '700 edito da Marsilio Editori)







