LE ULTIME FESTE DI VENEZIA



La fine di Venezia trova in Giandomenico Tiepolo il suo storico favoloso - il suo mitografo. I suoi disegni e i suoi affreschi dispiegano la libertà quasi infinita di un'arte che affronta la propria fine. Vi si discerne lo strano incontro di un impoverimento e di uno scapigliamento...

Conosce a perfezione, per averlo praticato con il padre, il mestiere delle grandi decorazioni murali allegoriche.Sa meglio di chiunque altro come rendere plausibile un orizzonte chimerico dispiegato sulle pareti di un salone. Le prospettive aeree non sono più quelle della grande tradizione barocca, in cui il cielo si apriva su un'estasi di eternità. La profondità dello zenit in lui, non è più abitata dalla gloria divina. L'eternità è scomparsa. Restano le nubi lacerate, un cielo spazzato da venti di terra, un paesaggio boschivo dove la capricciosa natura ha profuso le asperità, le rocce malevole, gli alberi tormentati, una violenza scabra, l'inesauribile bizzarria della commedia animale. Giandomenico rifiuta gli abbellimenti e le morbide grazie: i suoi aspri idilli adunano contadini miserevoli, porcelli, cani famelici. Una natura che non è rifugio di anime sensibili. Anzi, abbonda di creature feroci, grottesche e macabre. Giandomenico Tiepolo disegnava vivacemente scheletri e farfalle notturne. Per popolare e dominare quell'universo inquietante, resuscita le figure violente della mitologia: re del creato non è l'uomo, bensì il centauro, oppure il satiro, ambedue irsuti, nervosi, veloci. Eppure questa rozzezza è pur sempre compatibile con una eleganza gioiosa e un riso desolato. Tutto si presta al riso. Quando Giandomenico trascrive le scene familiari della vita veneziana, giunge sempre al sarcasmo e alla caricatura. Introduce ovunque un che di irreale, un che di fantastico, agile e sulfureo. Al paragone Longhi appare timido. Qui, degli acrobati la cui virtuosità giunge al limite della disarticolazione, si esibiscono davanti a spettatori deformi; altrove, dei proprietari panciuti o gobbi, dal volto sciocco contratto in una smorfia, mettono in parodia i riti di una vita elegante. Ma in questo universo circola una figura onnipresente, ossessionante; una figura da circo, che sfugge alla scena per mescolarsi alla vita quotidiana e contaminarla con la sua irrealtà e la sua derisione: Pulcinella. Lo troviamo dappertutto. Tra le braccia del centauro che lo rapisce. Che divide il pasto con il satiro nel suo antro. Spettatore davanti alla bottega dei ciarlatani. Che segue con noncuranza la passeggiata dei patrizi... In mezzo a tutti quei volti che son maschere, porta deliberatamente la sua maschera dal nero naso adunco; non si capisce se la gobba e il pancione sono posticci; la mitria bianca, smisurata, non lo abbandona mai e pare far parte della sua persona. Pulcinella si riproduce e pullula: è notevolmente prolifico. Più che un singolo personaggio, è un'orda parassitaria. Pare che Giandomenico, in una specie di comico incubo abbia immaginato che questa razza invadente, per cui la vita si limita a dei giochi derisori, si desse da fare per cacciare da Venezia il resto del genere umano. Più crudele di Carlo Gozzi, che aveva tentato di resuscitare la moribonda commedia dell'arte, Giandomenico mescola a un mondo senile alcune figure dell'infanzia, come se volesse farci costatare che l'ozio puerile di Pulcinella costituisce la verità profonda di una società il cui ruolo storico è ormai terminato. Si potrebbe credere che una subitanea mutazione abbia fatto nascere in ogni famiglia un piccolo Pulcinella, votato, per tutta la vita, non al lavoro né alle occupazioni produttive, ma all'assurda gesticolazione di una festa perpetua. L'onnipresenza di Pulcinella, che si mescola alle figure della mitologia e ai resti delle famiglie patrizie, può apparire come il simbolo di una confusione che demolisce tutte le gerarchie e tutte le divisioni tradizionali: è l'agente attivo di un gioioso ritorno al caos. Per la folla di Giandomenico, Il mondo nuovo è uno spettacolo di illusione. Non ci sarà alcun nuovo mondo: ci si affolla davanti a delle immagini bugiarde, e la vita popolare si lascia incantare dal prestigio di poveri saltimbanchi... Ma Pulicinella è mortale. I suoi divertimenti, che annunciano la fine di un mondo, hanno essi stessi un termine. Giandomenico lo rappresenterà sul letto di morte, idropico per troppo vino, un Sileno a cui è stata tolta la grazia di Dioniso, e che, nell'ora dell'ultima verità, conserva la maschera e la mitria. Un medico con le orecchie d'asino, cugino del Gran Dottore di cui ride Desprez, costata l'arresto del polso.

Jean Starobinski